Trovato il più antico reperto di Homo sapiens in Europa, e probabilmente di tutta l’Eurasia

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Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/

La ricerca deve essere paziente e soprattutto produrre sempre nuove domande. Costringendo al riesame di materiali già analizzati e sui quali sono state avanzate teorie, anche sulla cronologia. La paleontropologia dimostra quanto questo sia vero. Continuamente. Negli anni Settanta sono stati scoperti nella cava di Apidina, nella penisola di Mani, nel sud della Grecia, due frammenti di crani. Scoperti, ma non rimossi. Sono infatti rimasti racchiusi nella loro matrice rocciosa fino alla fine degli anni Novanta. Successivamente, quando sono stati rimossi, non è parsa agevole la loro identificazione.

Il primo, chiamato Apidima 1, è costituito solo da una parte del cappuccio posteriore sinistro, mentre manca del tutto della fronte. L’altro, Apidima 2, a poca distanza dal primo, offre un mosaico del viso abbastanza completo, ma molto deformato, mentre manca della parte posteriore. La datazione di quest’ultimo a circa 160.000 anni e quindi alla specie neandarthalensis ha suggerito agli scienziati dell’Università di Atene, considerata anche la loro vicinanza, di riferire al medesimo ambito cronologico anche l’altro.

Datazione molto antica, quindi, ma non tanto da sconvolgere le conoscenze in materia. Ci si sbagliava, probabilmente. Così ha sostenuto sulla rivista Nature, nel numero di luglio, Katerina Harvati, la studiosa della Eberhard Karsl Universitat di Tubinga, in Germania, che con la sua equipe ha potuto analizzare i frammenti utilizzando tecniche avanzate. Prima i fossili sono stati scansionati  con la tomografia computerizzata. Poi due ricercatori dell’equipe dell’università tedesca hanno lavorato separatamente alle ricostruzioni virtuali, ognuno usando due protocolli diversi nel tentativo di ridurre il rischio di errori. Nel frattempo si è proceduto a lavorare digitalmente sui fossili. Infine, gli scienziati hanno proceduto al confronto tra le ricostruzioni ed una serie di crani di specie differenti, sia eurasiatici che africani. Solo a questo punto si è giunti alla nuova ipotesi.

Se per Apidina 2, attribuito ora all’uomo di Neanderthal, la correzione cronologica da apportare è minima, potendolo riferire a circa 170.000 anni fa, di ben altra natura è quella di Apidina 1. In questo caso infatti  l’anticipazione dovrebbe essere di 150.000 anni così da poterla datare addirittura a 210.000 anni fa. Circostanza della massima importanza, se confermata. Già, perché quello rinvenuto sarebbe dunque il più antico fossile di essere umano moderno mai trovato finora al di fuori dell’Africa. Infatti finora il primato di resti di umani moderni più antichi conosciuti spetta alla mandibola superiore ritrovata in Israele e datata circa 180.000 anni fa.

“È gratificante vedere che le mie ipotesi sull’importanza della regione per l’evoluzione umana siano supportate dalle nostre scoperte”, ha detto Katerina Harvati. “È una fantastica coincidenza scoprire la presenza di due teschi vicini, a 30 centimetri l’uno dall’altro. In tutta la Grecia, esiste solo un altro cranio risalente a quel periodo. Dunque è straordinario che se ne trovino due insieme”, sostiene Rainer Grun della Griffith University in Australia, fra gli autori dello studio.

La conclusione degli autori è dunque che una delle migrazioni di esseri umani anatomicamente moderni (dall’Africa verso il Medio Oriente) si sia verificata in un’epoca del Pleistocene medio, tra 781.000 a 261.000 anni fa, abbastanza remota da permettere la colonizzazione del sito greco prima di 210.000 anni fa. Insomma Apidima 1 è il più antico reperto di Homo sapiens in Europa, e probabilmente di tutta l’Eurasia, scoperto finora.

A spiegare la vicinanza di due specie differenti provvede un articolo di Eric Delson, della City University of New York, pubblicato sullo stesso numero di Nature. Secondo lo studioso l’affiancamento dei due crani, trovati a pochi centimetri l’uno dall’altro, racconta che in un’epoca successiva gli Homo sapiens furono soppiantati dai Neanderthal, probabilmente perché non riuscivano a competere con loro nelle avverse condizioni ambientali dell’epoca.

Un’analisi e una ricostruzione, quella proposta, che tuttavia, non convince l’intero mondo scientifico. “Non riesco a cogliere nulla che suggerisca che l’individuo appartenga alla linea evolutiva dei Sapiens”, ha affermato ad esempio Juan Luis Arsuaga, paleoantropologo dell’Università di Madrid. “Il fossile in questione è molto incompleto, e sospetto che molti non lo considereranno interamente la prova che si tratti di un Homo sapiens”, sostiene Il paleoantropologo Ian Tattersall, curatore emerito dell’American Museum of Natural History di New York.  L’unica certezza, tra nuove ipotesi e vecchi ritrovamenti, è una. La ricerca continua. Instancabile, come è necessario che sia.

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